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dic 292015
 

IL VANTAGGIO DEL NOLEGGIO

Il noleggio di attrezzature e beni strumentali è un settore in crescita costante. Esempio ben noto a tutti è quello delle fotocopiatrici: anche le aziende più grandi, che non avrebbero problemi nell’impegnare liquidità per l’acquisto di un bene strumentale di questo tipo, prediligono questa formula per i numerosi vantaggi che assicura. Vediamo dunque di analizzare gli aspetti positivi del noleggio per l’imprenditore che lo sceglie e per il rivenditore.

MASSIMO CONTROLLO DEI COSTI

Per poter disporre del bene non è necessario immobilizzare grandi capitali: la rata ha un importo fisso e viene pagata a scadenze regolari; in pratica, rappresenta per l’azienda un normale costo operativo che, fra l’altro, inlcude anche i costi legati alla manutenzione e all’aggiornamento del bene stesso. Il contratto è a termine e viene rinnovato alla scadenza: questo consente a chi investe di provare il bene e di valutarne l’effettiva utilità per l’azienda senza sobbarcarsene l’acquisto. Non in ultimo, il cliente può verificare di persona l’efficacia del servizio di manutenzione e assistenza, elementi spesso critici del post-vendita ma che, in questo caso, sono il segno distintivo del servizio offerto. Dal canto suo, il rivenditore è spronato a garantire sempre il massimo onde evitare di perdere il cliente.

TECNOLOGIA DI ULTIMA GENERAZIONE

A proposito di manutenzione, uno degli aspetti forse più vantaggiosi del noleggio è legato al fatto di poter disporre sempre di tecnologia di ultima generazione. Pensiamo, ad esempio, al noleggio di PC o di strumentazione: la tecnologia oggi viaggia ad alta velocità e sul mercato non è difficile trovare la versione successiva a quella acquistata appena poche settimane prima. Per contro, chi fa un investimento per la propria azienda, specie se importante, ha la necessità di assicurarsi la più moderna tecnologia su un arco di tempo medio-lungo. Con il noleggio, questi due punti che apparentemente giacciono su binari separati, si incontrano. Il rivenditore assicura al cliente un prodotto sempre aggiornato e in linea con le ultime versioni hardware e software disponibili; chi usufruisce dei beni strumentali, invece, non si deve preoccupare di rincorrere gli aggiornamenti perché sono parte integrante del pacchetto di assistenza, già incluso nella rata. In più, i beni noleggiati sono sempre nuovissimi e se non soddisfano le aspettative possono sempre essere restituiti senza gravi perdite economiche.

COSTI CERTI

Altro punto importante a favore del noleggio è il servizio: la manutenzione programmata o eventuali fuori servizio del bene noleggiato sono gestiti direttamente dal fornitore. Il costo della manutenzione è incluso nel canone, quindi non rappresenta un extra che può intaccare il bilancio. Nel caso in cui l’apparecchiatura o la macchina si rompano improvvisamente, la sostituzione in tempi rapidissimi garantisce a chi noleggia la possibilità di rispettare i tempi di consegna pianificati con i propri clienti.

Dal punto di vista della gestione economica la formulazione è vantaggiosa per tutti perché il canone fisso consente all’imprenditore di pianificare meglio le uscite, che vengono spalmate su un arco di tempo più o meno lungo. Il rivenditore, dal canto suo, può contare su entrate costanti e più certe. Infine, cosa che non guasta, il canone di noleggio è interamente deducibile per competenza e ai fini IRES e IRAP.

dic 232015
 

Una volta, quando la densità dei punti vendita era ancora piuttosto bassa, era la distribuzione dei diversi ipermercati sul territorio a chiamare a sé i clienti. Oggi nei parchi commerciali abbiamo la possibilità di scegliere tra brand diversi raggruppati in pochi metri e servono nuovi strumenti per attirare i consumatori, disposti a diventare “nomadi degli acquisti” pur di accaparrarsi le migliori offerte. Tendenzialmente, chi fa la spesa in un supermercato acquista per la maggiore prodotti alimentari perché – fra l’altro- per gli acquisti di elettronica, articoli sportivi, abbigliamento, etc. sono nati altrettanti punti vendita dedicati che offrono più scelta, assistenza e prezzi migliori.

COME SUPERARE IL CALO DELLE VENDITE

Per far fronte al calo delle vendite ogni supermercato cerca di adattarsi alla clientela “mobile”, attuando strategie per riconquistare la clientela perduta. La tendenza è quella di proporre a cadenza periodica una serie di prodotti (spesso di marca o beni come carni, olio, formaggio) in sottocosto che invogliano l’acquisto, contando sul fatto che il consumatore sta già facendo la spesa e riempirà il carrello. Giunti alle casse, si viene ricompensati di buoni sconto che invogliano a tornare una seconda volta, o con punti extra sulle tessere fedeltà che consentono di raggiungere più rapidamente l’ambito premio. A fronte di queste azioni che assicurano il risparmio in termini economici, c’è da porsi una legittima domanda: la sola politica del prezzo basso è il principale strumento per attrarre il cliente, o bisogna puntare di più su qualità di offerta e servizi accessori?

COME CAMBIANO LE ABITUDINI DEI CONSUMATORI

Notizia recentissima: il colosso delle vendite online Amazon ha vinto un riconoscimento come miglior sito di e-commerce in Italia e ringrazia il suo pubblico con una giornata di sconti. La cosa interessante è che la giuria era composta una platea di 20 mila persone, utenti protagonisti che grazie al loro voto hanno avuto un peso determinante nel decretare il vincitore. Altra notizia altrettanto interessante, che ancora una volta pone il cliente al centro: agli italiani piace sempre più fare la spesa negli hard discount, i supermercati tradizionali vacillano e talvolta sono costretti a chiudere. Non è solo questione di crisi, che taglia il budget per la spesa a disposizione: il servizio e la qualità dei prodotti nei discount sono migliorati. Oggi il consumatore li sfrutta anche per la spesa giornaliera, vi acquista pane, frutta e verdura perché sono convenienti e buoni: si stima che oltre il 60% delle famiglie faccia la spesa in un hard discount.

IL DISCOUNT E’EFFICIENTE

Il modello dell’HD funziona bene prima di tutto perché è efficiente: c’è meno offerta che in un supermercato tradizionale, il che comporta una maggiore rotazione dei prodotti esposti (ho meno possibilità di scelta, ma in quanto cliente ne sono consapevole e non rappresenta un problema), mentre logistica e gestione del punto vendita sono studiati in modo rigoroso per pesare il meno possibile sui costi complessivi. Vi sono poi le cosiddette “private label”, cioè prodotti di marche private vendute con il logo del distributore: questa formula obbliga il discount a metterci la faccia. Se voglio incrementare le vendite di un prodotto con il mio nome non posso proporre un bidone al consumatore. Come acquirente, ho quindi la garanzia che il bene acquistato risponde a determinati standard di qualità.

dic 112015
 

In precedenta abbiamo introdotto il principio di Pareto soffermandoci su alcuni suggerimenti pratici per ottimizzare i profitti della nostra attività. L’importanza del Principio, però, è legata al fatto che il suo aspetto non è meramente economico, ma ha un respiro ben più ampio: in generale, fatte 100 le attività che svolgiamo durante la giornata, la maggior parte di esse ci porta a piccoli risultati. Quello che conta, in sostanza, è la qualità.

https://www.youtube.com/watch?v=yRgXSqrMczc

LA MENTALITA’ DEL FARE

Un tempo la mentalità del fare era premiante e significativa di una società in cui la manovalanza rappresentava la maggior parte della forza lavoro di un’azienda. Questo, ovviamente, era conseguenza della tipologia di lavoro svolto quando la maggior parte degli impieghi erano di tipo operaio. In quest’ottica, più una persona lavora, più produce. Pensiamo alla catena di montaggio: è inevitabile collegare il risultato alla fatica fisica. Oggi i tempi sono cambiati e viviamo in un’epoca in cui il rapporto numerico impiegati/operai è capovolto: in un contesto simile, è difficile stabilire il valore della produttività di un’attività di concetto. Si può stare per ore davanti ad un PC senza ottenere un risultato, così come avere un’illuminazione e chiudere un lavoro importante in mezz’ora.

 

VERSO UN CAMBIO DI PROSPETTIVA

Nonostante la distribuzione della forza lavoro sia in linea con quella degli altri paesi Europei, tuttavia, il cambiamento in atto sembra riguardare poco il nostro Paese che finisce con lo svilire l’importanza delle attività intellettuali. Lavoriamo 100 ore più di un nostro omologo danese ma siamo meno produttivi. Che senso ha spendere così tanto tempo per portare a casa risultati peggiori? Oggi non possiamo accettare che il termine “affaccendato” sia sinonimo di “produttivo”: la produttività è da ricercare altrove, non è proporzionale al tempo passato davanti ad un PC. La resistenza al cambiamento insita nel nostro DNA è sicuramente uno dei motivi che ci spingono ad avere una visione più conservativa di quella di altri popoli. Se poi ci mettiamo anche una buona dose di provincialismo, non è difficile ammettere che l’apertura a nuove e più produttive forme di lavoro fa fatica a prendere piede in Italia. Eppure, se non vogliamo restare indietro, si impone una riflessione importante.

CERCARE IL CAMBIAMENTO

E’ molto importante capire cosa possiamo fare per trasformarci da persone affaccendate a persone produttive per investire meglio il nostro tempo. La giornata ha sempre 24 ore, ma il lavoro non può occuparle tutte: la mentalità del risultato deve guidare il discernimento. Non c’è niente di più frustrante che lavorare tutto il giorno per poi vedere i nostri sforzi vanificati a fine giornata. Meglio lavorare meno, ma essere realmente soddisfatti del risultato conseguito. In quest’ottica, Pareto è uno strumento molto utile perché ci consente di analizzare in modo obiettivo l’insieme delle attività che svolgiamo, per incanalare le energie (mentali e fisiche) verso attività che ci consentono di ottenere risultati di qualità. O, in altri termini, per ottenere il massimo rendimento con il minimo dell’energia.

dic 042015
 

Correva l’anno 1897. Vilfredo Pareto, uno dei maggiori economisti italiani, dimostrava che in una data regione la maggior parte della ricchezza si poteva attribuire a una piccola fetta di individui. Questa legge, nota appunto come Principio di Pareto o principio di scarsità dei fattori, è ancora attualissima e si concretizza nella cosiddetta “legge 80/20”. Analizzati in termini statistici numerosi fenomeni sono distribuiti secondo questo rapporto. In termini pratici significa che è ragionevole affermare che l’80% dei ricavi di un’azienda deriva dal 20% dei clienti. Per lo stesso principio si può affermare che il 20% dei clienti crea l’80% delle perdite di tempo. (Se avete un po’ di tempo che vi avanza provate a pensare alla vostra azienda o alla vostra giornata: non avrete difficoltà ad individuare i vostri 80/20).

 

UN POTENTE STRUMENTO DI ANALISI

Posto che il principio di Pareto vale quasi per tutti (poi vi raccontiamo le eccezioni), vediamo come trasformarlo in un utile strumento di analisi di ciò che ci circonda senza perderci in tecnicismi. Ci interessa il risultato, no? Ad esempio può essere utile per riorganizzare il magazzino in modo più razionale, dato che l’80% del suo valore è determinato da una piccola parte (leggi: 20%) degli articoli totali. Se state pensando di riorganizzare le attività della vostra azienda, vale la pena stilare un elenco di tutte quelle svolte: l’analisi ci svelerà quali sono quelle (20%) che generano la maggior parte (80%) dei costi. Una volta individuate le attività più critiche, diventa decisamente più facile intraprendere azioni per renderle più efficaci.

 

ELIMINARE CIO’ CHE NON SERVE

Sempre in nome dell’80/20 si può prendere il coraggio a due mani per troncare le relazioni commerciali infruttuose. Puntate sulla vendita di prodotti che generano più profitto e non abbiate paura di rivedere le anagrafiche dei vostri clienti di tanto in tanto. Tenete traccia di quelli più lamentosi e quando siete in fase di revisione depennateli dalla lista: gli affari e la vostra salute vi ringrazieranno. Applicare il principio di Pareto non è scendere a compromessi. E’ un modo razionale per migliorare le vostre relazioni commerciali e incrementare il profitto. Talvolta, sommersi dalle attività della giornata, rischiamo di dare troppa importanza a fattori che, in realtà, pesano pochissimo sul nostro giro di affari complessivo. Un uso sistematico di strumenti matematici e statistici ci aiuta a rientrare in carreggiata e ci spinge a lavorare meglio, indirizzando le energie là dove serve davvero (verso quel famoso 20%, appunto).

IL PARADOSSO DELLA NEW ECONOMY

Una curiosità: Amazon ed Ebay sfruttano il principio opposto e realizzano il grosso del loro fatturato grazie alla vendita massiva di prodotti a basso costo, sovvertendo il Principio. Per questo motivo vi capiterà di sentire affermazioni del tipo “la new economy ha ucciso Pareto”. Ci crediate o no, dato che nel nostro caso difficilmente venderemo tanto quanto i grandi colossi appena citati, non disperdiamo le energie alla ricerca di nuove regole: l’80/20 è sempre valido e, fino a prova contraria, funziona egregiamente.

nov 272015
 

Siamo giunti al caso paradossale in cui imbatterci in qualcosa che costa “poco” o meno della concorrenza ci porta immediatamente a pensare che c’è qualcosa che non va e deve esserci per forza il trucco. Eppure, non tutto è necessariamente bacato o di pessima qualità. Dietro casi di successo noti in tutto il mondo per il costo abbordabile del prodotto offerto (Dacia, Ryanair o Easyjet, tanto per citare qualche nome, senza dimenticare i servizi offerti dalle università online o dalle banche come IngDirect) il comune denominatore è uno solo: questi attori hanno scelto di rinunciare al superfluo per seguire meglio i propri clienti. Ridurre la presenza fisica sul territorio per aumentare il servizio offerto è la combinazione che consente di abbassare i costi fissi di gestione che inevitabilmente gravano sul consumatore.

CONQUISTARE LA FIDUCIA

Alla base della “rivoluzione del prezzo” ci deve essere un elemento fondamentale: la fiducia del consumatore. Se non si costruisce una base forte composta da persone disposte a credere nel progetto, difficilmente si riuscirà a raggiungere l’obiettivo; i detrattori non piacciono a nessuno e rendono impossibile il lavoro. Tuttavia, facendosi largo a colpi di qualità nella direzione giusta alla conquista della fiducia del consumatore, i risultati non tarderanno. Quindici anni fa era quasi impossibile per uno studente muoversi in aereo da una parte all’altra dell’Europa. Oggi, grazie a imprenditori visionari e coraggiosi che hanno accettato il rischio di proporre voli low-cost, è impossibile pensare di non poterlo fare. Continuano e continueranno ad esserci i voli in prima o seconda classe dotati di tutti i comfort, ma ad essi si affianca il modello Ryanair: ti porto in giro per il mondo al costo di un biglietto di treno (o anche per meno, se si ha l’accortezza di prenotare per tempo!).

OFFERTA DI QUALITA’

La “privazione” è comunque relativa perché la qualità rimane il cardine dell’offerta. A fronte della rinuncia del superfluo, l’attenzione al cliente è alta. Questo è il “prezzo” che il fornitore deve pagare: perché la politica del basso costo possa funzionare, è fondamentale supportare il cliente nel migliore dei modi. Ecco dunque che la presenza fisica dello sportello viene sostituita da un servizio clienti sempre disponibile, pronto per assistere il consumatore e guidarlo nell’acquisto del bene o del servizio.

SUPERARE LA DIFFIDENZA

Le tecnologie e la vita 2.0 facilitano il supporto, dato che la maggior parte degli utenti che si appoggia alle soluzioni low-cost ha la possibilità di inviare una email o collegarsi ad internet. Il caso delle banche online rappresenta un esempio tipico di servizio di successo estremamente competitivo che ha saputo rompere la barriera –spessissima- della diffidenza: affidare i propri risparmi reali a un “qualcosa” solo in apparenza virtuale. L’approccio di IngDirect è significativo: la gestione dei propri risparmi costa pochissimo perché a cominciare dalla sottoscrizione del contratto fino alla richiesta delle carte di credito, tutto si fa online e tramite posta tradizionale. Eppure, il servizio non ha nulla da invidiare a quello offerto da istituti blasonati presenti ovunque con le loro filiali “fisiche” e il numero di clienti soddisfatti è la conferma che questo tipo di iniziative rispondono alle reali necessità di consumatori. Perché pagare di più per avere la stessa cosa?

lug 142015
 

Grande, piccolo o medio esso sia, non importa: un buon business che si rispetti deve essere in grado di offrire un servizio alla clientela di tutto rispetto. Curare i profitti è importante tanto quanto stare dietro le richieste dei singoli consumatori, per quanto esigenti possano rivelarsi, e il motivo di questo non è difficile da intuire: un cliente soddisfatto, non solo del prodotto/servizio, ma dell’intero processo che ha portato al suo acquisto, è un cliente non deve comunque essere dato per scontato, mai, bensì assecondato e coccolato prima, durante e dopo, per il bene dell’azienda stessa.

 

La tentazione di andare alla caccia di potenziali clienti, sedurli, avvicinarli e conquistarli è il minimo comune denominatore di qualsiasi B2C che si rispetti (altrimenti, perché vendere prodotti e/o servizi?). Molti, troppi business, però, incappano di sovente in un banalissimo e assai brutto errore, da non prendere mai sottogamba: dimenticare il cliente nell’oblio una volta effettuata la vendita e consegnato il bene/servizio.

 

Un servizio alla clientela (o customer service) con i fiocchi deve essere in grado di assistere la clientela nel migliore dei modi possibili durante tutte le fasi di comunicazione. L’errore di molti, purtroppo, è quello di abbandonare l’utenza una volta portata a termine la vendita del prodotto, fornendo di malavoglia l’importante assistenza post vendita, quando richiesta o necessaria.

 

“Il cliente ha sempre ragione” dovrebbe essere il mantra di tutti i business, non solo una frase fatta da utilizzare per pura convenienza nel momento stesso in cui si passa dal ruolo di commerciante a quello di consumatore. Nella maggior parte dei Paesi anglo sassoni, il detto è pressoché preso alla lettera, al punto da mettere tutti i consumatori su un piedistallo: la gentilezza non è mai troppa, bisogna avere molta pazienza e il sorriso sempre sulle labbra, non perdere le staffe al cospetto di clienti arroganti e/o maleducati e guai non esaudire (o almeno, a provarci) le richieste degli stessi. Tutto questo, è bene precisare, vale per qualsiasi tipologia di business e qualsiasi tipologia di clientela.

 

Un buon servizio clienti ha i suoi costi, certo, perché in esso vanno investite risorse e tempo, ma se svolto nella maniera giusta, ovvero giocando bene le carte dell’onestà, della trasparenza e della cordialità, è in grado di generare un ottimo passaparola tra i consumatori, renderli soddisfatti e incoraggiarli ad acquistare nuovamente. Riassumendo: un eccellente customer service può aiutare il vostro business a crescere e a prosperare.

 

Offrire un buon servizio alla propria clientela è importante perché aiuta a incrementare la fedeltà della stessa e il budget che è disposta a spendere di volta in volta; inoltre, aumenta le probabilità che un utente parli bene del business a una o più persone a lui vicine e, ciliegina sulla torta, rende più appetibile l’azienda se quest’ultima dimostra un buon grado di flessibilità nell’assecondare le richieste dei suoi acquirenti (dalle spedizioni ai rimborsi, per fare due esempi molto comuni).

Un eccellente servizio di customer service si riconosce perché è in grado di trattare la propria clientela in maniera rispettosa, prende nota delle opinioni rilasciate, riesce a gestire in modo fluido e trasparente eventuali lamentele e richieste di rimborso, fa di tutto per capire i bisogni degli utenti e si spinge oltre i propri limiti non solo per andare incontro alle richieste del singolo cliente, ma finisce addirittura per superarle, facendo più di quanto il cliente si aspetti

lug 102015
 

Siete nel 2015, e ancora vi stupite – o, peggio, vi lamentate – sulle presunte distanze che Internet e i vari dispositivi oggi in commercio hanno contribuito a creare tra le persone? Allora forse non avete ancora fatto conoscenza con l’esatto rovescio della medaglia della tanto vituperata solitudine tecnologica: la cosiddetta sharing economy, o economia collaborativa.

 

Air Bnb, Uber, Blabla car: li avrete sentiti nominare almeno una volta negli ultimi due anni. Ecco, basta cercare queste parole su Google per iniziare ad avere un quadro della situazione. Famiglie che aprono le porte di casa propria a perfetti estranei, dietro compenso, per una o più notti; pendolari abituati a fare su e giù per le strade e autostrade del Belpaese ma stanchi della solitudine del solito da e per il lavoro che offrono passaggi a sconosciuti in cambio di una piccola somma di denaro; gruppi di amici che si recano a casa di cuochi mai visti prima per cenare in allegria tutti insieme…

 

Cosa sta succedendo? Ma Internet non era quel non-luogo avverso all’umanità e alle relazioni vis à vis, quel mostro capace di allontanare due persone sedute l’una accanto all’altra con la sola forza di una connessione wi-fi e di uno smartphone?

 

Addio luoghi comuni, perché è il caso di dire che mai come al giorno d’oggi la tecnologia è al servizio delle persone per rendere la loro vita più semplice, più economica… e anche un po’ più genuina. La sharing economy sta cambiando lentamente il modo in cui le persone percepiscono gli oggetti di cui sono circondate nella quotidianità, quelle cose date per scontate e poco utilizzate dalle quali si può, invece, addirittura ricavare un secondo stipendio. Ma non solo: l’economia collaborativa è prima di tutto un mercato fatto di persone, anche lontane centinaia di chilometri le une dalle altre, che parlano e interagiscono tra loro grazie a Internet e alle numerose piattaforme nate negli ultimi anni per mettere a disposizione beni, servizi e capacità personali.

 

Un ritorno al baratto? Praticamente sì: scambiando e/o prestando beni e servizi, molte persone stanno iniziando a crearsi un piccolo (talvolta elevato) reddito extra, accanto a quello principale, e questo grazie soprattutto a cose che si hanno già e che non si sfrutta abbastanza: quella camera da letto in più, l’automobile che resta parcheggiata sotto casa per 18 ore al giorno, le proprie abilità culinarie, e via dicendo… Il motto della sharing economy potrebbe essere: ok al consumo, a patto che sia condiviso.

 

E poco importa se per alcuni l’economia condivisa può essere reale solo se gratuita (un po’ come la felicità), perché le cifre dimostrano che le persone sono disposte a pagare qualcosa pur di accedere a determinati servizi. Il risparmio, ad ogni modo, ci sarebbe eccome. In Italia le piattaforme per la condivisione online sono già 250, e sempre più persone si dicono disposte a voler cambiare le proprie abitudini di consumo.

 

Una mappatura di tutte le principali attività di sharing economy in Italia è stata portata avanti da Collaboriamo! di Marta Maineri, che ha scritto anche un libro in merito e ha perfino dedicato una Ted Talk all’argomento:


Un terzo degli italiani, soprattutto giovani tra i 18 e i 34 anni, dice di avere già avuto modo di utilizzare uno di questi servizi, e un altro terzo della popolazione si dice pronto a farlo. Il restante terzo, è scettico e non si fida. E voi, cosa ne pensate dell’economia del futuro?

gen 052013
 

Fare successo è il sogno di tutti ma ovviamente non tutti ci possono riuscire.
Il segreto del successo non è averlo nel sangue e forse manco i soldi.
Esiste un metodo provato ed è quello che Sirolli  spiega e insegna.

Ernesto Sirolli nasce nel 1950 in Abruzzo, da una famiglia di antica nobiltà.
Ernesto trascorre l’infanzia tra l’Abruzzo e la Libia, dove il padre e’ Primario Radiologo all’Ospedale di Bengasi; la Libia e l’Africa sono però parte del suo percorso imprenditoriale.

L’Africa però rimane una costante nella storia di Sirolli, che dopo la sua laurea in Scienze Politiche inizia diverse collaborazioni con associazioni ONG e di volontariato.

E’ in Africa che Sirolli impara il fallimento ma anche la voglia di ricominciare non abbandonando mai nessun progetto e approfondendoli.

E’ in Australia però che fa partire uno dei suoi primi progetti per aiutare dei disoccupati partendo da una passione in comune: l’amore per la pelle e la lavorazione artigianale delle scarpe. Un progetto che è così di successo tanto da avere diversi premi.

In Africa Sirolli invece porta avanti con successo  “Ripercussioni dallo Zambesi”,  un progetto  in cui alcuni italiani insegnano agli indigeni dello Zambia a coltivare, anche questo un duro lavoro ma un successo provato.

E’ dallo spirito africano, come Sirolli spiega in quasi tutti i suoi interventi pubblici che impara un nuovo modo di applicare l’economia sul territorio ma soprattutto un nuovo modo di gestirsi e di fare impresa. Una impresa dove i soldi possono avere un valore ma non lo sono mai quanto il potenziale umano, infatti in Africa più che soldi e per soldi il lavoro è solidarietà.  Nello sviluppo di un progetto imprenditoriale, secondo Sirolli conta moltissimo la solidarietà ma anche e soprattutto il rispetto e l’aiuto, così facendo niente sarà imposto ai soci e l’armonia sarà migliore.

Certo è difficile da mettere in pratica ma sicuramente si può provare. Per farlo, come sottolinea Sirolli quel che conta è studiare ed apprendere, utile a tale scopo risulta essere il libro “Piccolo è bello”, scritto da Schumacher.

Per Sirolli quel che conta è la passione, dalla passione spesso nasce una idea che, solo con passione si può sviluppare. Come dire, la passione è uno dei sentimenti fondamentali per proseguire con la propria impresa imprenditoriale, un po’ come se fosse la linfa di tutto quel che ruota intorno alla realizzazione di un progetto.

Passione e conoscenza, passione e studio sono il fondamento di un progetto imprenditoriale vincente.

Sirolli durante i suoi incontri, che poi sembrano essere lectio magistralis, porta avanti le sue convinzioni ferme ribadendo, tra le altre, la necessità di una pratica, quella dell’ascolto. Ascolto su tutti i fronti, dal singolo al pubblico, alla famiglia, ai soci. Ascolto in ogni modo possibile.

Le teorie di Sirolli vengono tutte praticate oltre che teorizzate dall’imprenditore stesso che prima di essere arrivato a capire l’importanza di ascolto, solidarietà, pazienza e passione ha messo in campo tutti gli espedienti possibili, e, nel caso di Sirolli quando si dice in campo sta a significare che l’imprenditore ha sperimentato, quasi con metodi scientifici quello che va a spiegare nelle sue interessanti lezioni.

Intanto poi Sirolli mette in risalto come non tutto quello che è impresa deve essere prettamente pianificato come invece consigliano i consulenti di ispirazione occidentale, spesso infatti qualcosa che nasce dal caos e dall’incertezza riesce meglio di un progetto prettamente pianificato, come diche lo stesso Sirolli  pianificare è il bacio della morte dell’impreditoria.

Svariate sono le prove che Ernesto Sirolli porta a dimostrazione delle sue teorie.

Le piccole rivoluzioni e le scoperte nel campo imprenditoriale, quelle veramente innovative, quando sono vincenti nascono proprio dagli imprenditori che metto in campo tutto il loro sapere, un po’ come quando è nata la green economy, il primo esempio non è certo quello di uno staff di ricerca ma è legato ad un sogno imprenditoriale, per altro ottimamente riuscito.

Uno dei segreti del buon imprenditore è offrire sempre un servizio dedicato e travolgente.
Una azienda o una impresa per essere di successo secondo Sirolli deve riuscire a comunicare in modo perfetto. Il primo a credere sull’unicità del proprio prodotto e sull’unicità di esso deve però essere l’imprenditore e dunque solo essendo profondamente consapevoli dell’unicità del prodotto esso diventerà in breve fantastico e se unito ad un marketing superlativo grazie alla vostra passione anche la gestione economica e l’impatto finanziario diventerà strepitoso.

Non solo, per Sirolli il successo dell’impresa sta nel condividerne ogni successo ed insuccesso con i propri partners in questo modo lo spirito di gruppo diventa maggiore e il soggetto diventa collettivo, più energetico e certamente positivo. Nella realtà dei fatti non esiste un imprenditore che avvia la propria impresa da solo, in qualche modo, pur non avendo soci ha il sostegno di altri ed allora è necessario creare comunità intorno al proprio percorso per essere vincenti.

Sirolli ad oggi è un importante facilitatore di impresa, la sua esperienza ed il suo sapere nel campo del fare impresa è importante tanto da aver ottenuto  in America il  visto per Merito Straordinario dal Governo Americano (O1 Visa) che gli permette di trasferirsi definitivamente negli USA. Prima a Sioux Falls, poi a Minneapolis e quindi in California, a Sacramento e, sempre in America Sirolli ha creato “The Sirolli Institute-International Enterprise Facilitation Ltd” un ente che ha come scopo l’insegnamento di quelle teorie di cui si è cercato di dare una breve infarinatura scrivendo questo articolo.

dic 122012
 

Si può dal nulla diventare degli importanti e noti imprenditori?

Si, è possibile e reale anche perchè è successo ad altri prima di te!

Hai mai pensato come è nato il colosso britannico della Virgin Records?

Richard-Brandson Imprenditore di successo

Richard-Brandson Imprenditore di successo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Forse no ma tra la tua collezione di musica è impossibile non avere qualcosa con lo storico marchio Virgin.

Richard Charles Nicholas Branson nasce a Shamley Green nel Surrey il 18 luglio 1950.
La storia di Richard Branson, conosciuto da tutti come Richard o Richy è quella di un uomo che dal nulla riesce a diventare un magnate.

Richard Branson è un uomo però che non è mai mutato nemmeno con la crescita immensa del suo capitale, ormai sessantenne ha passato tutta la vita come

persona semplice, scartando i ricevimenti e coltivando il suo amore per gli sport estremi.

Persino il look di Richard è rimasto quello semplice, quasi rivoluzionario, rare le giacche e le cravatte.

Un imprenditore un po’ per caso il patron della Virgin, studente del college, lo Stowe College,
Richy fonda un giornalino scolastico lo Student ed è subito successo, centinaia di studenti si riconoscono in quella testata che riesce persino a risolvere problemi di ordinaria amministrazione. Branson e i suoi amici riescono persino a trovare sponsor ed entrare in contatto con rock star e membri del parlamento.

Una piccola idea imprenditoriale che diventa il volano per Richard ed il suo compagno di scuola Gems, iniziano il loro viaggio con 4 pound poco meno di 5 euro, ma tanta voglia di farsi vedere ed arrivare al successo.

In breve tempo la rivista diventa un vero biglietto da visita vincente, il direttore del college stimola i ragazzi che fondano una piccola società e si insediano in un negozio di scarpe dismesso, in poco tempo ecco che nasce il primo Virgin store: un negozio di musica.
Da lì un’onda positiva investe Richard e a soli 20 anni nasce ufficialmente la Virgin era il 1972. Dal piccolo negozietto di scarpe si passa ad un sottoscala dell’Oxfordshire  trasformato in uno studio musicale.

Il sogno di Brandson diventa realtà, a poco a poco la società si allarga e così nasce  la nuova  etichetta discografica.

Il primo artista che edita con la Virgin è  Mike Oldfield  5 milioni di copie di dischi vendute.
Un successo inaspettato, in poco tempo arrivano alla Virgin Sex Pistols, i Culture Club, Phil Collins, Bryan Ferry, Belinda Carlisle, Genesis, Janet Jackson and The Rolling Stones.

Insomma Branson entra in tutte le case, a pensare che i test intellettivi erano proprio scarsi!
Qualche anno dopo una nuova idea, “Virgin nel pallone” una riproduzione dello Zeppelin rosso fuoco per volare a prezzi compatibili con le tasche di tutti.
Inutile dire che è stato subito un successo strabiliante tanto è che nel 1993 Richard Branson ha  ricevuto la laurea honoris causa in ingegneria dalla Loughborough University.

Ed ora  è il proprietario di quattro compagnie aeree: Virgin Atlantic, la compagnia extra-lusso specializzata in viaggi intercontinentali, Virgin Express, la low cost europea, Virgin Blue in Australia e la Virgin America, il gestore incontrastato dei Virgin Megastore, Virgin Atlantic Airlines, V2 Records e Virgin Net.

Richard-Brandson

Richard-Brandson

Ma come ogni imprenditore nato dal nulla e fatto con le sue mani nel patron della Virgin si trova anche tanto spirito umanitario ecco infatti che spesso, senza scalpore il noto business man finanzia progetti per servizi di assistenza tra cui l’Healthcare Foundation, che si batte contro la diffusione del fumo tra i giovani in collaborazione con Parents Against Tobacco.

Nel 1999 il magnate inglese  è stato appuntato baronetto dalla regina d’Inghilterra e da allora autorizzato a fregiarsi del titolo di “Sir”.

L’imprenditore però è una vera fucina di creatività, ha una isola privata,nel cuore delle British Virgin Islands, nel Mar dei Caraibi e la affitta persino!!! 30 ettari all inclusive per sole 48mila dollari a notte, insomma una isola esclusiva non per tutti ma una idea veramente accattivante.

Branson è inoltre un fervente sportivo infatti è appassionatissimo di tennis, montagna e sport acquatici, non passa certo tutta la vita a controllare il fatturato ma predilige solcare l’Atlantico a bordo del proprio pallone aerostatico  o navigandolo con la Virgin Atlantic Challenger 2.

Branson però è anche un ambientalista convinto infatti investe molti capitali nella lotta contro i cambiamenti climatici donando ingenti quantità di denari alla ricerca per carburanti alternativi ed energie rinnovabili, ha anche istituito un premio per chi riuscirà a diminuire le immissioni di c02, la passione per l’ambiente però non è un mistero infatti sulla tv di casa Virgin la Virgin1 c’è anche un programma dedicato all’ambiente e probabilmente a breve sarà diretto da Branson.

 

Richard-Brandson in tv

Richard-Brandson in tv

Forse le avventure della  Virgin continueranno ad impegnare le giornate di Richy per molti anni ancora e chissà quante altre idee sarà in grado di tirare fuori.

Una storia di successo quella della Virgin, un successo che vede premiare la passione e la tenacia di un giovane.

Ele Casula