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lug 102015
 

Siete nel 2015, e ancora vi stupite – o, peggio, vi lamentate – sulle presunte distanze che Internet e i vari dispositivi oggi in commercio hanno contribuito a creare tra le persone? Allora forse non avete ancora fatto conoscenza con l’esatto rovescio della medaglia della tanto vituperata solitudine tecnologica: la cosiddetta sharing economy, o economia collaborativa.

 

Air Bnb, Uber, Blabla car: li avrete sentiti nominare almeno una volta negli ultimi due anni. Ecco, basta cercare queste parole su Google per iniziare ad avere un quadro della situazione. Famiglie che aprono le porte di casa propria a perfetti estranei, dietro compenso, per una o più notti; pendolari abituati a fare su e giù per le strade e autostrade del Belpaese ma stanchi della solitudine del solito da e per il lavoro che offrono passaggi a sconosciuti in cambio di una piccola somma di denaro; gruppi di amici che si recano a casa di cuochi mai visti prima per cenare in allegria tutti insieme…

 

Cosa sta succedendo? Ma Internet non era quel non-luogo avverso all’umanità e alle relazioni vis à vis, quel mostro capace di allontanare due persone sedute l’una accanto all’altra con la sola forza di una connessione wi-fi e di uno smartphone?

 

Addio luoghi comuni, perché è il caso di dire che mai come al giorno d’oggi la tecnologia è al servizio delle persone per rendere la loro vita più semplice, più economica… e anche un po’ più genuina. La sharing economy sta cambiando lentamente il modo in cui le persone percepiscono gli oggetti di cui sono circondate nella quotidianità, quelle cose date per scontate e poco utilizzate dalle quali si può, invece, addirittura ricavare un secondo stipendio. Ma non solo: l’economia collaborativa è prima di tutto un mercato fatto di persone, anche lontane centinaia di chilometri le une dalle altre, che parlano e interagiscono tra loro grazie a Internet e alle numerose piattaforme nate negli ultimi anni per mettere a disposizione beni, servizi e capacità personali.

 

Un ritorno al baratto? Praticamente sì: scambiando e/o prestando beni e servizi, molte persone stanno iniziando a crearsi un piccolo (talvolta elevato) reddito extra, accanto a quello principale, e questo grazie soprattutto a cose che si hanno già e che non si sfrutta abbastanza: quella camera da letto in più, l’automobile che resta parcheggiata sotto casa per 18 ore al giorno, le proprie abilità culinarie, e via dicendo… Il motto della sharing economy potrebbe essere: ok al consumo, a patto che sia condiviso.

 

E poco importa se per alcuni l’economia condivisa può essere reale solo se gratuita (un po’ come la felicità), perché le cifre dimostrano che le persone sono disposte a pagare qualcosa pur di accedere a determinati servizi. Il risparmio, ad ogni modo, ci sarebbe eccome. In Italia le piattaforme per la condivisione online sono già 250, e sempre più persone si dicono disposte a voler cambiare le proprie abitudini di consumo.

 

Una mappatura di tutte le principali attività di sharing economy in Italia è stata portata avanti da Collaboriamo! di Marta Maineri, che ha scritto anche un libro in merito e ha perfino dedicato una Ted Talk all’argomento:


Un terzo degli italiani, soprattutto giovani tra i 18 e i 34 anni, dice di avere già avuto modo di utilizzare uno di questi servizi, e un altro terzo della popolazione si dice pronto a farlo. Il restante terzo, è scettico e non si fida. E voi, cosa ne pensate dell’economia del futuro?

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